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giovedì 21 gennaio 2016

Non sono solo fumetti, Lichtenstein a Colonia è tutto da scoprire


Un Lichtestein tutto da scoprire. Non tanto o non solo il pittore che riproduce frammenti di fumetti di Donald Duck o Bugs Bunny, facendoli propri. Quanto l'artista a 360 gradi. Quello della pittura e della scultura, del confronto con gli stili artistici dell'espressionismo, del futurismo, del cubismo, del surrealismo e della pittura paesaggistica. Quello che reinterpreta i lavori e le peculiarità stilistiche di colossi come Monet, Matisse e Dalì, in maniera ironica e magistrale allo stesso tempo.

Direttamente dalla Triennale di Milano, la mostra dedicata ad uno dei principali fondatori della pop art americana, "Meditazioni sull'arte", è sbarcata a Colonia, al Museo Ludwig, in forma un po' diversa, col titolo "Roy Lichtestein. Kunst als Motiv", organizzata in stretta collaborazione con la Fondazione Roy Lichtenstein e curata da Gianni Mercurio e Stephan Diederich.
«Penso», sono parole di Lichtenstein, «che a partire da Cézanne, l'arte sia diventata estremamente romantica e irreale, è diventata utopica, e sia sempre più staccata dalla realtà circostante e abbia acquisito un carattere sempre più introspettivo. Fuori c'è il mondo, il vero mondo. La pop art è rivolta al mondo».

lunedì 4 ottobre 2010

Renato Guttuso, il pittore realista che interpretò il proprio tempo

“Passione e realtà” è forse il binomio che al meglio lo rappresenta. Renato Guttuso era così, passionale e realista, profondo interprete della condizione umana, con tutti i suoi limiti, i suoi patimenti, le sue emozioni.
Forte di un impegno politico e sociale, acuto osservatore dei problemi del proprio tempo, all’arte assegnava il gravoso compito di “far prendere coscienza” della realtà e di essere “specchio” della vita.
Così, a scandire il percorso artistico del pittore del “realismo sociale” furono gli eventi incalzanti del fascismo, le atrocità della guerra, il percorso di rinnovamento della società italiana, i rivolgimenti politici innescati dal movimento studentesco sessantottino. Ma anche le situazioni dell’inurbamento postbellico, del lavoro femminile, delle lotte popolari del Mezzogiorno, del disagio sociale.
In prossimità del centenario della nascita del pittore, nel dicembre 2011, la Fondazione Magnani Rocca gli dedica una mostra, “Guttuso. Passione e realtà”, a Mamiamo di Traversetolo (Pr), fino all’8 dicembre. L’esposizione vuole anche ricordare la prima personale che la città di Parma dedicò all’artista negli anni tra il 1963 e il 1964.
Nelle sessantasei opere in mostra spiccano certamente capolavori come La spiaggia, il monumentale dipinto ad olio di 4,5 metri di base che l’artista destinò alla Galleria Nazionale di Parma. E come Caffè greco, giunto eccezionalmente in prestito dal Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid. E, ancora, come Il Comizio e Spes contra spem.

lunedì 16 agosto 2010

L'universo magico di Joan Mirò


Fu il collezionista e mercante d'arte Ambrosie Vollard che all'inizio del ‘900 ebbe l'intuizione di lanciare i "libri d'artista", pubblicazioni che prevedevano una collaborazione tra pittori, scrittori ed editori. Alcuni di questi libri vennero firmati proprio da Joan Mirò. E non a caso. Ad appassionare il grande artista catalano era l'arte in tutte le sue espressioni. Non solo la pittura, la scultura, l'incisione o l'affresco. Ma anche la scrittura e la poetica. Tanto che i poeti che ebbero modo di conoscerlo riscontrarono in lui incontri fecondi tra il colore e il verso, il tratto e il logos.
Nel corso del suo pregnante percorso artistico, Mirò rivoluzionò di fatto il rapporto tra l'artista visivo e lo scrittore, inaugurando una consuetudine in cui il pittore prendeva parte alle emozioni del poeta e le interpretava attraverso il linguaggio dell'arte. Ne scaturivano veri e propri "libri d'artista", appunto, in cui l'illustrazione diventava un percorso soggettivo complementare al pensiero poetico. Per conoscere meglio questa espressività dell'artista catalano, si può visitare la mostra curata da Maurizio Vanni e organizzata dalla Rete Museale della Provincia di Grosseto con il partenariato dell'APT di Grosseto, "Joan Mirò. Universi magici. Racconti fantastici di un esploratore di sogni", 200 opere tra illustrazioni di libri e grafica, esposte in quattro sedi museali della Provincia di Grosseto, fino al 17 ottobre.

lunedì 3 maggio 2010

Al Guggenheim è in mostra l'Utopia

«In Utopia … [si] dileguano paure, ansietà, affanni, tormenti e insonnie». Ben prima che Thoman More coniasse il termine "utopia", con l'opera eponima del 1516, la realizzazione di una società ideale ha rappresentato l'aspirazione di poeti, filosofi e artisti. Nei secoli, i pilastri del pensiero occidentale hanno tentato di formulare un paradigma utopistico che potesse funzionare nella pratica. Oppure ne hanno rinnegato la speranza, fagocitati dalla sua antitesi, la "distopia" ovvero l'utopia che ha perso il controllo, incarnata nei regimi totalitari del XX secolo, nazismo e comunismo sovietico. Gli stessi principi hanno attecchito nel terreno dell'arte, dove lo sviluppo di una società ideale poteva risultare più realizzabile perché in un contesto ristretto: le comunità di artisti, appunto. A Venezia, la Collezione Peggy Guggenheim presenta fino al 25 luglio «Utopia Matters: dalle confraternite al Bauhaus», a cura di Viviene Greene.

giovedì 11 marzo 2010

Io ti do, tu mi dai. E tutte insieme risparmiamo

"Yes, we swap". In questi tempi di crisi c'è chi torna agli antichi valori e all'usanza del baratto. Ma, si badi, non un baratto qualsiasi. Perchè oggetto dello scambio sono abiti di moda, indossati un paio di volte, con valore minimo di 50 euro.
La tendenza viene dagli States, dove le fashion victims, a corto di liquidi, hanno cambiato semplicemente il modo di fare shopping. Come? Abbattendo i costi senza rinunciare allo stile. E non solo. Cogliendo l'occasione per fare beneficenza in modo serio e divertente. E' così che la moda dello "swap", che in inglese significa appunto "barattare", è dilagata in America, per sbarcare anche qui da noi.
A portarcela qui, Tamara Nocco (in foto, al centro, con le sue collaboratrici), trend-setter che nel 2007 ha organizzato nel suo negozio di Bologna uno swap corner dove le clienti potevano scambiarsi gratuitamente vestiti e accessori. Il passo è stato breve. Insieme a Francesca Caprioli, fondatrice di Green-Think, Tamara ha fondato lo Swap Club (www.swapclub.it) e ha organizzato il primo Swap Party italiano.
Il motto che anima la pratica dello swap, "belle e chic ma tolleranza zero per gli sprechi" ha fatto sì che venissero coinvolti nell'evento anche Sosushi, il brand food di cucina giapponese che usa materiali a basso impatto ambientale, e di Last Minute Market, il progetto del prof. Andrea Segrè volto al recupero delle merci invendute dei supermercati (vedi Espansione giugno 2008). I capi di moda che non sono stati scambiati allo swap party sono andati infatti alla Casa delle donne di Bologna.

domenica 31 gennaio 2010

Parma capitale dell'arte nel Novecento


Un lungo viaggio nel Novecento attraverso l'arte, la fotografia, l'architettura, la moda, il design. Sono oltre 12 milioni le opere della collezione dello CSAC, il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell'Università di Parma, creato da Arturo Carlo Quintavalle e Gloria Bianchino. Le opere più rappresentative saranno per la prima volta fruibili al pubblico nella mostra che si aprirà a Parma il 16 gennaio, promossa da Comune di Parma e Università degli Studi.

Per l'occasione riaprirà lo storico Palazzo del Governatore, dopo i tre anni di restauro che hanno permesso il recupero di 3mila mq di superficie espositiva. Qui saranno ospitate le sezioni "Arte" e "Fotografia", mentre "Architettura e Design" e "Moda" troveranno spazio rispettivamente in Galleria San Ludovico e nelle Scuderie della Pilotta. La Camera di Commercio ospiterà opere di grande formato.

Come spiega Arturo Carlo Quintavalle, "abbiamo tentato di rappresentare la storia di un secolo attraverso opere esclusivamente donate, oggi di proprietà pubblica, mettendo sullo stesso piano i "mezzi del comunicare". L'obiettivo è quello di offrire una spaccato orizzontale e paritetico dello CSAC".

lunedì 14 dicembre 2009

Le marce della morte


Kein Häftling darf lebendig in die Hände des Feindes fallen". Era il 14 aprile 1945 e Heinrich Himmler, capo supremo delle SS, ordinava che nessun prigioniero sarebbe dovuto cadere vivo in mani nemiche.Negli ultimi mesi della Seconda Guerra mondiale, i prigionieri presenti nei campi di concentramento erano circa 714mila. Con l'arrivo degli anglo-americani da ovest e dell'Armata Rossa da est, tra l'aprile 1944 e la primavera 1945, moltissimi di questi prigionieri vennero costretti ad una nuova agonia: l'evacuazione dai campi e le cosiddette "marce della morte". Centinaia di migliaia di detenuti, già stremati da mesi di privazioni, violenze e lavori forzati, venivano obbligati a marciare fino alle prime stazioni ferroviarie utili. Dopo un viaggio reso estenuante da ogni tipo di stenti, i prigionieri dovevano camminare ancora per chilometri per raggiungere i campi di raccolta. Quelli che non riuscivano a stare al passo o che tentavano di fuggire venivano trucidati dalle guardie di scorta. Per la prima volta le marce della morte non sono più considerate come epilogo della vita dei campi di concentramento, ma come capitolo centrale della storia del genocidio nazista, iniziato nel 1941 e conclusosi con la fine della guerra, inteso nella sua prospettiva più ampia.Daniel Blatman, docente all'Università ebraica di Gerusalemme, con alle spalle diversi lavori sulla storia degli ebrei, supera l'approccio assunto nei dibattiti processuali del dopoguerra, che si concentrano sull'aspetto amministrativo e burocratico, e quello di molta storiografia tra gli anni '60 e '90, che considera la fase dell'evacuazione soltanto come "l'ultimo atto omicida di matrice ideologica nel contesto della soluzione finale". Basti pensare solo al fatto che in questa fase le vittime non sono più identificabili con una precisa etnia, ad esempio gli ebrei, o con un gruppo religioso, ad esempio i testimoni di Geova. Blatman ha consultato le indagini processuali condotte nella Repubblica Federale Tedesca e in Austria e le innumerevoli testimonianze di sopravvissuti, sparse negli archivi di tutto il mondo. Collocate nell'ampio contesto culturale, politico e militare in cui avvenne l'evacuazione, le marce dei prigionieri si intrecciano con la fuga dei civili profughi dall'Est, terrorizzati dall'avanzare dei sovietici, e con le vicende della popolazione tedesca, smarrita e confusa dinanzi al precipitare degli eventi. L'importanza dello studio consiste anche nella ricchezza e varietà degli episodi di microstoria, il più emblematico dei quali fu il massacro di Gardelegen, cittadina dell'Altmark, in Sassonia, nell'aprile 1945.Con una scrittura agile, Blatman riesce egregiamente nel suo sforzo storico e narrativo ad indagare l'identità, l'emotività e le motivazioni di carnefici, vittime, liberatori, ma anche dei civili tedeschi, che la confusione degli ultimi mesi di guerra e la quotidianità carica di tensione trasformarono anche in occasionali carnefici.
Le marce della morte. L'olocausto dimenticato dell'ultimo esodo dai lager
di Daniel Blatman Rizzoli,
pagg. 672, 28,50 euro

In: Il Sole 24 Ore on line, 19 novembre 2009

lunedì 30 novembre 2009

Dialogo più stretto tra coop e industria


Tra i fattori che possono aiutare il sistema produttivo del nostro Paese ad uscire dalla crisi, c’è anche l’avvio di un dialogo costruttivo tra aziende private e mondo della cooperazione.
“Le imprese coop devono imparare da quelle private la logica dell’efficienza e del profitto aziendale e il coraggio dell’innovazione. A loro volta, le aziende private devono apprendere dal mondo della cooperazione l’aspetto partecipativo inteso come superamento della conflittualità tra proprietà e lavoro”. Lo ha affermato Raffaello Vignali (foto a ds.), vice presidente della Commissione Attività produttive, commercio e turismo della Camera dei Deputati.
Un’occasione per avviare questo dialogo è stato il convegno ieri delle cooperative di produzione e lavoro di Reggio Emilia, Parma e Piacenza aderenti alla Legacoop, promosso da ANCPL.
Nel corso dei lavori, la ricetta anti-crisi si è tradotta in proposte concrete: valorizzazione del capitale umano come centro dell’economia, ricerca di una nuova efficienza dell’impresa, capacità di osare nell’innovazione. Senza dimenticare che anche lo Stato deve assumere le proprie responsabilità, a cominciare da una gestione intelligente delle risorse, nonché da una revisione dell’attuale sistema di welfare.
La previsione è quella di un’uscita lenta dalla crisi. Secondo Andrea Tomat, presidente di Confindustria Veneto, “tutto dipenderà dalle politiche che verranno decise. Il welfare è il problema principale da affrontare: concepito com’è oggi non potrà funzionare tra dieci-quindici anni”.
Dunque, fermo restando che il tratto peculiare del sistema cooperativo è la partecipazione dei soci lavoratori, come dobbiamo immaginare l’impresa post-crisi, sia essa privata o non? Risponde Carlo Zini, presidente di Ancpl: “E’ quella orientata alla creazione di un valore duraturo nel tempo, che valorizza appieno l’apporto della risorsa umana”.
Ancpl è rappresentata da 859 cooperative e 6 consorzi. Nel 2008 il volume d’affari consolidato è stato di oltre 12 miliardi di euro. Nelle imprese associate lavorano 36.995 addetti, di cui 24.400 soci lavoratori.

Alessandra Ferretti

In: Il Sole 24 Ore, 14 novembre 2009

giovedì 12 novembre 2009

Un arbitro per risolvere le liti fornitori-Gdo

Un codice di condotta che regoli i rapporti tra la distribuzione e i fornitori e la figura di un "ombudsman" che assuma il ruolo di arbitro ed eventualmente un compito investigativo. Sono scenari possibili per i singoli Stati nazionali o è necessario che sul tema intervenga Bruxelles e imponga una normativa ad hoc?
Se ne è discusso al convegno organizzato da ASS.I.CA, "La competitività dell'industria alimentare e le criticità nei rapporti contrattuali: il quadro europeo", nell'ambito di Cibus Tec alle Fiere di Parma.
"Se il nostro settore non troverà una soluzione al rapporto contrattuale tra fornitori e distributori", ha esordito Francesco Pizzagalli, presidente di ASS.I.CA, "sarà in gioco la sua stessa sopravvivenza".
Alla presenza di Paolo De Castro, Presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, Giandomenico Auricchio, Presidente di Federalimentare, e Amedeo Teti, Direttore generale per la politica commerciale internazionale al Ministero dello Sviluppo Economico, sono state presentate le "raccomandazioni" del Gruppo di Alto Livello per il rilancio del settore agroalimentare, tra cui anche quelle che riguardano i rapporti con la Gdo.
Madi Sharma, del Comitato Economico e Sociale Europeo, ha riferito: "Vogliamo vedere contratti scritti tra fornitori e distributori che precedono le condizioni operative, l'eliminazione delle riduzioni di prezzo retroattive, l'abolizione della pratica di pagamenti forfettari per garantire l'ordine negli scaffali, l'istituzione di un arbitro che controlli i reclami e li monitori. La Gdo non esisterebbe se i fornitori non lavorassero. Dunque pretendiamo trasparenza nella filiera".
Il caso della Gran Bretagna è emblematico, perchè, dopo che l'autorità ha identificato problemi di competenza nella catena di fornitura, è giunta alla stesura di un codice di condotta. Come ha spiegato Chris Bowden, esperto legale della Competition Commission nel Regno Unito, "il nuovo Groceries Supply Code of Practice (GSCOP), che entrerà in vigore a febbraio, propone una serie di rimedi per evitare gli effetti avversi della concorrenza. Tra questi, il divieto di trasferimento retroattivo del rischio, il divieto di destiling senza base commerciale, disposizioni per la risoluzione delle controversie e conformità al GSCOP come, ad esempio, accordi sempre scritti per una maggiore garanzia per i fornitori".
Per il rispetto delle regole stabilite dal GSCOP si vorrebbe anche la creazione di un "ombudsman" con funzioni di arbitrato e un ruolo investigativo. Bowden: "L'arbitro potrebbe ricevere reclami anonimi da parte dei fornitori e, nel caso di più reclami, aprirebbe un'indagine. Potrebbe fornire linee guida per il codice di condotta e applicare eventualmente sanzioni. Non avendo noi la facoltà di creare questa figura, abbiamo cercato a proposito un accordo con la Gdo, facendo ricorso anche al governo. Ma è ancora tutto fermo".
E' esportabile l'esperienza della Gran Bretagna? Horacio Alemàn, Vicedirettore Generale della Federaciòn Española de Industrias de la Alimentación y Bebidas, ha riferito come in Spagna "il codice di condotta non funziona, poichè i supermercati non vogliono applicarlo. E' un problema che riguarda molti Paesi europei, pertanto dobbiamo trovarvi una soluzione comune a Bruxelles".
(Immagini da www.iride.ch)
Alessandra Ferretti

In: Agrisole n. 43 del 05/11/2009

venerdì 13 febbraio 2009

Basilea 2 e la crisi: quali effetti nel rapporto tra banca e impresa

In un momento di crisi dell'economia internazionale in cui le banche sono in difficoltà, il costo del denaro è aumentato e le aziende faticano ad investire, come si colloca la nuova normativa di Basilea 2 che regola i rapporti tra le banche e le imprese?
Il nuovo accordo internazionale, entrato in vigore all'inizio del 2007, ha sostituito quello attuale, definito Basilea 1 e operativo dal 1988. Basilea 2 consente alle banche dei Paesi aderenti all'accordo di calcolare il capitale minimo da detenere in proporzione al rischio derivante dai vari rapporti di credito assunti, valutati attraverso lo strumento del rating. Maggiore è il livello del rischio del debitore, più alto è il capitale che la banca deve accantonare: maggiore è di conseguenza il tasso d'interesse che essa chiede sul credito.
Di fatto, dunque, le banche sono costrette a classificare i propri clienti in base alla loro rischiosità, attraverso procedure di rating che possono variare da un istituto all'altro. Il timore è che l'applicazione dell'accordo possa tradursi in minor credito alle imprese più rischiose e a tassi più elevati.
Per fare maggiore chiarezza sui contenuti della normativa e per capire quali effetti essa comporta sul rapporto banca-impresa, abbiamo chiesto un parere a Giacomo De Laurentis, professore ordinario di Finanza all'Università Bocconi di Milano.
"Anzitutto", spiega De Laurentis, "Basilea 2 è una normativa prociclica, vale a dire che accentua la variabilità dei cicli economici. Dovessero cioè peggiorare le condizioni di credito, peggiora di conseguenza il rating e le banche sono costrette a ridurre il credito erogato alle imprese, proprio quando queste ne avrebbero maggiore bisogno. Ne può derivare una situazione di credit crunch ovvero di stretta creditizia. In secondo luogo, Basilea 2 è meritocratica. Ciò significa che le imprese più rischiose pagano di più rispetto a quelle maggiormente solide, che invece pagano tassi più bassi. Questa situazione - ed è il terzo aspetto da sottolineare - induce le banche a differenziare i clienti in base, appunto, al loro rating".
In realtà, nemmeno le banche sono tutte uguali, proprio perchè, a fronte del rischio del credito, adottano metodi di valutazione che possono variare dallo standard approach all'IRB (Internal rating based) foundation, all'IRB advanced. La Banca d'Italia è poi chiamata validare il sistema di rilevazione predisposto dal singolo istituto di credito.
"Questo sistema", continua De Laurentis "implica che le imprese debbano gestire i flussi di liquidità in maniera più attenta, trasparente e ponderata. Infatti, se prima, a fronte di un credito in sofferenza, c'erano l'interruzione del rapporto e il tentativo di recupero, oggi il concetto di default include anche i ritardi nei rimborsi superiori a 90-180 giorni a seconda dei casi. L'informazione del default viene poi trasferita alla Centrale dei Rischi e da lì a tutte le altre banche".
Ma sono già visibili le implicazioni per le imprese?
Risponde De Laurentis: "Benchè la normativa sia già in vigore, è normale che il suo impatto sia tuttavia graduale. L'impatto reale non c'è ancora stato, anche se già da tempo le banche tentano di allineare i tassi richiesti alla qualità creditizia dei debitori. I risultati si vedranno nei prossimi anni".
"La caratteristica di Basilea 2 di essere prociclica sta tuttavia suggerendo di rivedere in parte la normativa o, addirittura, di pensare ad una Basilea 3, vale a dire un accordo che attutisca questi effetti prociclici dirompenti. Per dirla con altre parole, con Basilea 2, il profilo di stabilità della singola banca aumenta, ma il profilo il sistema bancario nel suo complesso è più esposto al rischio di crisi sistemica. In ogni caso, l'impresa dovrebbe essere più trasparente, dotarsi di una struttura finanziaria più prudente, con meno debito e più capitale, utilizzare una politica proattiva delle garanzie (ovvero vederle come un'opportunità e non come un ricatto delle banche), infine, scegliere la banca giusta, sondando più istituti di credito e cercando di capire come questi si comportano nei confronti del rating".
Le imprese notano un restringimento del credito e un aumento del suo costo, anche in conseguenza di una fase economica in cui si è concesso credito abbondante a tassi troppo bassi per remunerare il rischio. Non si tratta di una problematica solo delle famiglie americane, ma del sistema finanziario in generale. "In ogni caso", conclude De Laurentis, "non è interesse delle banche mandare in default le imprese. Queste ultime farebbero tuttavia bene a sondare la disponibilità di più banche, perché lo stesso cliente può essere valutato diversamente in quanto i sistemi di rating bancari, contrariamente a quanto spesso affermato, non sono identici e possono condurre a valutazioni parzialmente differenti; inoltre le politiche di prezzo possono essere diverse da banca a banca".
Alessandra Ferretti

In: Business&Gentlemen, n. 4, gennaio-febbraio 2009

martedì 16 dicembre 2008

Cfo, in Italia un ruolo ancora tutto da scoprire

Nella letteratura inglese il Chief Financial Officer (Cfo) è colui che somma la parte amministrativa, finanziaria e del controllo di gestione. Vale a dire, affianca l'amministratore delegato nelle decisioni strategiche e nelle risposte agli stakeholder, cura la pianificazione ed il controllo di gestione, coordina le attività finanziarie, le partecipazioni e gli investimenti.
Diversamente dalla Gran Bretagna, nel nostro Paese, nella maggior parte dei casi, il ruolo del Cfo è ancora suddiviso tra diversi manager: il direttore amministrativo, il controller, il direttore finanziario o tesoriere. Nell'ultimo decennio, tuttavia, la tendenza è stata quella di riassumere queste competenze in un'unica persona di riferimento, avvicinandosi così maggiormente alla figura del Cfo secondo il modello anglosassone.
Ma quanto è presente questa figura in Italia? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Dossi, direttore dell'area amministrazione e controllo di finanza aziendale e immobiliare all'Università Bocconi.
Spiega Dossi: "Le ricerche dimostrano che oggi, nel nostro Paese, il Cfo è ancora troppo poco diffuso. Perchè? Da un lato, manca una figura che abbia una visione delle tre cose insieme, dall'altro, mancano a loro volta aziende che richiedano questa figura. La scarsa diffusione del Cfo "all'inglese" è riconducibile, anzitutto, al fatto che in Italia abbiamo mercati finanziari di minore rilievo rispetto alla Gran Bretagna. Inoltre, spesso si ritiene, erroneamente, che nelle aziende di piccole dimensioni una figura come il Cfo sia meno necessaria. Infine, esiste un problema di valenza culturale. Vale a dire, si ha la sensazione che in Italia la cultura economico-finanziaria non sia così premiante come quella ingegneristico-commerciale".
Ad oggi non esistono dati precisi sulla diffusione del Cfo in Italia. Tuttavia, si può dire che essa sia maggiore laddove sussista un elevato livello di complessità di business e laddove l'impresa sia quotata.
La prassi migliore rimane comunque per il momento quella di stampo anglosassone. "Dall'esperienza dei nostri studenti all'estero", continua Dossi, "vediamo come la formazione in Gran Bretagna sia completa sotto tutti e tre gli aspetti: controllo di gestione, amministrazione e finanza. Spesso, il risultato è che i giovani, una volta formati, rimangano a lavorare là, dove maggiori sono le opportunità di impiego".
Quella del Cfo è una carriera verticale, che coinvolge un'approfondita preparazione nei campi dell'amministrazione, della finanza, del controllo di gestione, dell'aspetto fiscale e della corporate-governance. Un esempio di formazione di questo tipo è proprio quello che fornisce l'Università Bocconi. "Abbiamo un biennio di specializzazione sulla finanza e il controllo di gestione", riferisce Dossi. "Al momento, è difficile trovare in Italia sia neolaureati con questa preparazione, sia un'azienda che richieda esplicitamente questa figura. Da poco abbiamo lanciato anche un Executive Master part-time, dedicato a chi già è occupato nel mondo aziendale, vale a dire persone che vantano già 10-15 anni di esperienza lavorativa".
Lo stipendio di un Cfo in Italia si aggira intorno ai 120-300mila euro all'anno. In Gran Bretagna è almeno una volta e mezzo questa cifra.
Ma perchè concentrare le responsabilità su un unico soggetto anziché ripartirle con una struttura gerarchica su più dirigenti?
Paolo Bertoli, presidente di Andaf, Associazione Nazionale Direttori Amministrativi e Finanziari, illustra: "La risposta non è semplice. Anzitutto, la causa del cambiamento dell'impresa e del ruolo dei suoi manager apicali è dato dalla maggiore complessità nella gestione e nel governo dell'impresa. E' cambiato il nostro modo di vivere e di pensare, di fare business e di comunicare. Come? Anzitutto, la “globalizzazione” impone meccanismi di cooperazione e competizione interna ed esterna che evolvono in ambienti complessi, nella ricerca della crescita, della flessibilità, dell'innovazione e delle economie di scala. I manager devono quindi allargare i propri orizzonti culturali e confrontarsi su una scala più ampia".
"In secondo luogo, in un mondo che cambia più velocemente, aumentano anche i rischi connessi alla gestione aziendale: rischi operativi, finanziari, reputazionali. Le decisioni devono essere assunte più rapidamente e i manager devono saper fronteggiare la complessità del governo delle imprese. Occorre quindi disporre di efficaci sistemi di controllo delle performance e cruscotti di analisi dell'andamento dell'impresa, la cui messa a punto rappresenta oggi un compito primario per il Cfo".
Continua Bertoli: "Il tradizionale “capo gerarchico” è ormai un’icona che appartiene al passato. Oggi prevale la cultura della relazione: con fornitori, clienti, dipendenti, competitor, università, centri di ricerca, istituzioni, associazioni. In particolare sono a carico del Cfo le maggiori responsabilità, poichè rientrano tra le sue competenze le attivitá connesse al funzionamento della macchina, al rispetto delle regole, alla pianificazione, all'organizzazione, al controllo, alle relazioni con gli azionisti e gli stakehoders in genere".
"In sintesi", conclude Bertoli, "se vogliamo dare una definizione del nuovo ruolo di questo importante manager nel sistema complesso in cui operano e si sviluppano le imprese, questa è: "gestire la complessità"".


Gianpaolo Bresciani è Chief Financial Officer di IBM Italia, azienda del gruppo IBM, la 'globally integrated enterprise' quotata al New York Stock Exchange (NYSE).
"Diversi fattori", spiega Bresciani, "hanno contribuito a mutare il ruolo del Cfo. Anzitutto, la globalizzazione ci ha consentito di lavorare in modo interconnesso, offrendoci maggiori opportunità, ma anche maggiori rischi, legati a loro volta alla fluidità di risorse umane, fisiche e del capitale finanziario. Pensiamo poi alle maggiori esigenze di innovazione e sostenibilità di un'azienda. In altre parole, alla necessità di sostenerne la crescita nel lungo periodo. Tutto questo ha determinato un aumento dei rischi che stanno impattando il ruolo del Cfo nell'impresa. Le nuove responsabilità sono legate alla realizzazione di un modello finanziario che consenta lo sviluppo e la crescita costante di un'azienda nel lungo periodo".
Se è vero che solo il 15% dei rischi per un'azienda è di natura finanziaria e che il restante 85% riguarda invece la strategia e le operazioni, sarà chiaro come diventino fondamentali la prontezza e le competenze di un team aziendale che si trova ad affrontare questi rischi.
Quali responsabilità si assume dunque un Cfo oggi?
Risponde ancora Bresciani: "In IBM sono responsabile anzitutto nel gestire le performance aziendali e nel rispondere alle esigenze fiduciarie e statutarie dell'azienda. Tra i nuovi compiti, "imposti" dai cambiamenti socio-economici degli ultimi anni, citerei l'identificazione delle strategie di crescita dell'azienda - ricordando comunque che il Cfo, in questa veste, è membro di un team che contribuisce al processo decisionale complessivo. Se prima il Cfo registrava a posteriori i fatti, oggi deve anche saper gestire il rischio e integrare le informazioni all'interno dell'azienda, costruendo delle organizzazioni di finance integrate (in gergo, IFO, Integrated Finance Organization). In tal modo, la standardizzazione dei processi diventa un vero vantaggio, poichè tutto il processo viene svolto in un luogo solo, anche per diverse aziende affiliate".
Gianpaolo Bresciani si è formato con una lunga carriera in IBM, spostandosi per diverso tempo anche negli Stati Uniti e in Francia. "Negli States", aggiunge, "ho imparato a pensare con i criteri degli americani con cui oggi mi rapporto quotidianamente. In Francia, dove ero in un contesto di lavoro multiculturale, ho capito che la verità può essere vista in modi diversi. Questo per dire che l'esperienza consente di prendere decisioni complesse, grazie sia alle competenze che all'intuizione".
Alessandra Ferretti
In: Business & Gentlemen, n. 3, settembre - novembre 2008

venerdì 28 novembre 2008

L'auto intelligente si brevetta a Parma


Parma brevetta l'auto intelligente che intercetta i pericoli, localizza la corsia e frena da sola davanti agli ostacoli. Ma al momento sono quasi esclusivamente le case automobilistiche estere a sfruttarne le potenzialità.
Alla guida del team di 14 ricercatori impegnati nel progetto è Alberto Broggi, ordinario di ingegneria all'Università di Parma che iniziò a lavorare all'idea di "aiuto alla guida" già nella tesi di laurea. "Già nel 1998", racconta, "realizzammo il primo giro d'Italia con una Thema automatica che, grazie a due telecamere nell'abitacolo, riusciva a "vedere" di fronte a sè".
Il progetto dell'auto intelligente è cresciuto nell'ambito di Vislab, laboratorio nato dieci anni fa e divenuto ora spin-off dell'Università di Parma.
"L'obiettivo", continua Broggi, "è di avere un aiuto alla guida ed evitare le conseguenze di colpi di sonno o malori improvvisi e gli effetti di alcool o droghe. Al momento disponiamo di tre prototipi. Il primo, grazie ad una telecamera nell'abitacolo, un laser vicino alla targa e un computer nel baule, localizza cartelli stradali, la corsia di marcia, veicoli e pedoni e frena quando necessario, nel caso non lo faccia il conducente. Il secondo prototipo è pilotabile tramite un calcolatore ovvero permette di guidare l'auto attraverso un joystick non necessariamente dal posto di guida. Il terzo è un esperimento che stiamo realizzando insieme a una società di psicologi e all'ACI e consiste in un sistema di guida che monitora il conducente per analizzare gli effetti di droghe o farmaci alla guida, per esempio, se il veicolo si avvicina troppo alla carreggiata oppure ondeggia. L'applicazione di questi sistemi è molteplice e rivoluzionerà il sistema di guida: dal trasporto materiali a quello umano (ricordo che il 93% degli incidenti è conseguenza di errori umani), alla guida senza patente o per disabili, ai taxi automatici. Se le auto sapranno stare alla giusta distanza tra loro anche a velocità elevata, non ci sarà più bisogno di allargare le strade".
Ma il tasto dolente di tutta la storia sono i finanziamenti. "Quelli istituzionali", riferisce Broggi, "sono bassissimi: costituiscono meno dell'1% del budget. Tutto il resto viene dalle aziende private, per lo più straniere. A parte Magneti Marelli e in piccola percentuale il Centro Ricerche Fiat, per lo più i nostri brevetti sono finanziati e sfruttati da case automobilistiche straniere: dalle europee Volvo, Daimler-Chrysler, Volkswagen e Bosch alle americane Oshkosh, Rockwell Collins e Caterpillar. Poi lavoriamo con case coreane e abbiamo progetti in corso col Giappone. Il budget messo a disposizione, ad esempio, dalla Oshkosh per la gara di veicoli automatici "Grand challenge" è stato valutabile sui 6 milioni di dollari".
"É un controsenso che, mentre si parla tanto di fuga di cervelli, qui a Parma si studi e si brevetti alta tecnologia, i cui risultati vengono poi utilizzati dalle aziende estere. Non solo. Ma le nostre tecnologie per la guida di mezzi militari senza pilota hanno attirato l'attenzione anche del Dipartimento della Difesa Americano, per il quale lavoriamo dal 2001; inoltre siamo stati invitati al Pentagono dove abbiamo presentato i nostri sistemi di percezione per la guida automatica fuoristrada".
Intanto, Broggi è stato selezionato dallo European Research Council come uno tra i migliori ricercatori europei e riceverà un finanziamento di circa 1,8 milioni di euro per proseguire le ricerche nel campo dell’incremento della sicurezza stradale tramite sistemi di guida assistita e guida automatica innovativi.
Alessandra Ferretti

In: Il Sole 24 Ore Centro Nord, 22.10.2008

domenica 12 ottobre 2008

Prosciutto di Parma, rischio eccedenze


L'impennata del prezzo dei suini negli ultimi mesi in Europa e in Italia ha determinato un aumento del prezzo delle cosce fresche che potrebbe avere ripercussioni anche sul mercato del prosciutto. Un settore, questo, che sta vivendo una crisi determinata da diversi fattori.
Oltre all'aumento dei costi della materia prima, si aggiunga anche l'impossibilità di una programmazione della produzione, imposta dalle norme antitrust, e l'aumento delle importazioni di prosciutti non Dop fatti con carni estere e venduti a prezzi molto bassi.
Una voce autorevole per una riflessione sul settore è quella di Stefano Tedeschi, presidente del Consorzio del Prosciutto di Parma. Che spiega: "L'aumento del costo dei suini, che da 1,08 euro/kg di inizio anno è arrivato oggi a 1,70 euro/kg, potrebbe determinare alla lunga anche un aumento del prezzo del prosciutto fresco, benchè oggi non possiamo prevedere a quanto il prodotto sarà venduto l'anno prossimo. E qui sta il problema più serio. Le norme antitrust non ci permettono infatti di realizzare una programmazione produttiva. E' impensabile non riuscire a dimensionare la produzione sul mercato in un comparto ampio come il nostro. Se quando vendi non sai quanto vendi, può accadere, come negli ultimi anni, che si finisca per vendere sottocosto. Per esempio, con una produzione aumentata nel 2007 del 6% e nel 2008 del 3%, rischiamo di mettere sul mercato un 9% in più di prodotto. E' ovvio che gli allevatori, a fronte di prezzi buoni, aumentano la produzione, ma questa prassi porta facilmente a degli squilibri. Auspichiamo vivamente che si possa arrivare al più presto ad una regolamentazione della produzione".
Con i suoi 4.987 allevamenti, 128 macelli e 3.000 addetti alla lavorazione, nel 2007 il Consorzio ha marchiato 9.519.000 prosciutti. Il valore alla produzione è di 820 milioni di euro e il giro d'affari al consumo di 1.700 milioni, di cui 1.300 in Italia. Negli ultimi anni, i prezzi al consumo del Prosciutto di Parma sono stati, rispettivamente, di 24,4 euro/kg nel 2005, 24,6 nel 2006, 24,3 l'anno scorso e 24,5 euro/kg tra febbraio e maggio 2008 (dati Nielsen).
Intanto, dall'estero continua l'invasione di prosciutti, con un incremento che nel 2007 si è attestato a ben oltre il 4%. Tra i principali esportatori figurano Germania, Paesi Bassi e Danimarca. In base ai dati ISTAT, l'anno scorso, sono giunti in Italia, rispettivamente, 163.640 tonnellate di prosciutti dalla Germania (nel 2006 erano 149.519 tonnellate), 159.646 dai Paesi Bassi (152.386 nel 2006) e 122.723 dalla Danimarca (121.451 nel 2006). Nel complesso, le tonnellate di prosciutto in entrata in Italia sono state 592.792 (568.249 nel 2006).
Commenta Tedeschi: "Si tratta di prosciutti non-Dop, provenienti da Paesi che storicamente producono in grandi quantità, con una genetica standardizzata, un prodotto che non possiede i requisiti dei nostri Dop. Tuttavia, il prezzo più basso alletta il consumatore, soprattutto in questo momento di crisi generalizzata, in cui si fa la spesa con un occhio molto attento al prezzo. A ciò si aggiunge la confusione del consumatore, che, in base ad un'indagine di marketing realizzata internamente dal Consorzio, quando consuma prosciutto nei bar o lo acquista al supermercato, crede sia "Parma" anche quando non lo è. Ignaro del fatto che, su 40 milioni di prosciutti consumati in Italia, 30 milioni siano non-marchiati, ovvero nè Parma, nè San Daniele".
"Tanto più che si stanno affacciando sul mercato della produzione standard di prosciutti anche produttori nuovi, come gli Stati Uniti. Da tenere controllata la Cina, che, sebbene ad oggi non produca ancora quantità in eccesso, potrebbe decidere di allargare la produzione anche all'export".
"In definitiva, il problema non è la quantità dei prosciutti in entrata in Italia, quanto la capacità del consumatore di acquistare prodotti che costano un po' di più". Proprio a questo è dedicata la nuova campagna comunicazione del Consorzio Prosciutto di Parma, che riprende il concetto dello spot recente per cui "non è crudo, è di Parma". Il nuovo concept, ispirato al mondo della boxe, mostra una cliente grintosa, che riuscirà nell'impresa di comprare il prosciutto, perchè sarà capace appunto di distinguere tra "crudo" e "Parma".
Alessandra Ferretti

In: Agrisole, n. 39 del 3 ottobre 2008

domenica 14 settembre 2008

Gelato che passione... ma quanta aria c'è dentro?

Secondo una ricerca realizzata da Eurisko per l'Istituto del Gelato Italiano, il gelato piace al 95% della popolazione.
Tra gli estimatori di questo alimento, il 39% dice di mangiarlo spesso, il 37% qualche volta, mentre solo il 19% se lo concede raramente. Anche il gradimento è altissimo, visto che ben l'85% lo ama "molto o abbastanza".
Ebbene, il gelato è un alimento buono e nutriente, ma per ottenere i migliori risultati è necessario avere a disposizione un laboratorio corredato da attrezzature particolarmente sofisticate. Una buona azienda deve disporre di impianti tecnologicamente avanzati in grado di produrre un gelato ottimo al palato, ma, soprattutto, igienicamente sicuro.
Quali sono dunque esattamente le fasi della fabbricazione del gelato? Tramite la pastorizzazione, la maturazione e la mantecazione, si ottiene una miscela di base che può venire utilizzata per realizzare i vari gusti di gelato.
L’aria ne è una componente essenziale, perchè fornisce al gelato le tipiche caratteristiche organolettiche di cremosità, consistenza e gusto. La quantità di aria insufflata all’interno della miscela tramite i freezer di mantecazione dipende dal tipo di miscela e dal tipo di prodotto finale.
Il gelato confezionato va conservato in freezer a una temperatura compresa tra i -18° e i -25°.
Come ci spiegano dalla Sammontana, il processo di pastorizzazione serve a diminuire la quantità di batteri presenti nella miscela che diventerà gelato. In tutti gli alimenti, infatti, sono presenti in maniera naturale batteri che si moltiplicano nel tempo molto velocemente a temperature comprese tra i 15-20°C e i 55-60 °C. Al di sotto o al di sopra di queste temperature, invece, la proliferazione batterica avviene molto più lentamente. Scopo della pastorizzazione è dunque abbattere la carica batterica presente nel gelato.
Il secondo passaggio è quello dell’omogeneizzazione, durante la quale le sostanze grasse presenti nel gelato vengono sminuzzate e amalgamate. Ciò permette al gelato di diventare più cremoso. Durante la fase di maturazione nei tini di raffredamento, si ottiene una miscela ancora più densa, capace di inglobare l'aria durante la fase di mantecazione e di assorbire l'acqua presente nella miscela.
Infine, la mantecazione è quella fase del processo di produzione del gelato in cui il prodotto passa dalla fase liquida a quella solida, attraverso il contemporaneo sviluppo di tre azioni: agitazione, raffreddamento e immissione di aria nella miscela.
L’aria è ingrediente indispensabile per la preparazione di un gelato. Una serie di piccole bolle di aria disperse tra gli ingredienti rendono il gelato così cremoso e gustoso. Infatti, il ghiacciolo ha solo il 10% di aria, perciò è duro.
Nel sito dell'IGI, Istituto Gelato Italiano (www.istitutodelgelato.it), vengono fornite molte informazioni utili a riguardo. Tra queste, ad esempio, il fatto che nel gelato artigianale ed in quello industriale l'aria viene incorporata in maniera differente nella miscela. Nel gelato artigianale l'aria viene inglobata durante la fase di mantecazione, grazie all'agitazione che la miscela subisce durante la fase di congelamento, ma in modo non controllabile nè quantificabile. Nel gelato industriale, invece, l'aria viene insufflata nella miscela mediante una pompa, in maniera scientifica, sicura e controllata.
A differenza del gelato industriale, quello artigianale non viene “passato” all’omogeneizzatore e dunque è più influenzato dagli sbalzi di temperatura. Vale a dire, già dopo alcuni giorni in freezer le sue caratteristiche organolettiche iniziano a modificarsi e dopo qualche settimana si può avvertire in bocca la presenza di cristalli di ghiaccio.
La quantità di aria inglobata in un gelato può variare in funzione del risultato organolettico che si vuole ottenere. Ad esempio, nei gelati di frutta si ingloba di solito meno aria (30-40%) rispetto ai gelati alla crema (80-110%), che a loro volta presentano meno aria (40-80%) quando sono più ricchi di grassi.
La quantità d’aria può essere minore anche quando si vuole ottenere un gelato che si sciolga con meno facilità, come, ad esempio nelle località più calde o nelle stagioni più torride. Ma non è tanto la quantità d’aria, come alcuni credono, a determinare la qualità di un gelato, bensì la distribuzione omogenea dell’aria inglobata che gli impianti di produzione industriale moderni riescono a fare perfettamente.
Naturalmente, quando acquistiamo un gelato, non paghiamo anche l’aria. Infatti, nel nostro Paese il gelato industriale è da sempre venduto a peso e non a volume.
Se poi qualcuno si domandasse se il gelato con più aria ha meno calorie, possiamo dire sia vero. Infatti, l’aria fa aumentare il volume del gelato, facendolo sembrare più grande. In realtà ciò che determina le calorie è soltanto il peso del nostro gelato.
Alessandra Ferretti
In: Airone, luglio 2008

giovedì 17 luglio 2008

Tutta la vita davanti? Su giovani e precariato...

Appena uscita nelle sale cinematografiche, la pellicola firmata da Paolo Virzì, "Tutta la vita davanti", ha riscosso un immediato successo. Forse per l'attualità del tema, forse per l'umanità e il realismo dei suoi interpreti, forse, non ultimo, per l'identificazione che esso istintivamente ispira in chi oggi lavora in maniera precaria.
La protagonista del film, Marta, è una neolaureata in filosofia teoretica, che finisce a vendere elettrodomestici in un call center, la quintessenza del lavoro precario per eccellenza.
La pellicola è il risultato di un profondo lavoro di documentazione "non facile", spiega Virzì, "perchè si trattava di realtà lavorative difficilmente penetrabili. Abbiamo osservato da vicino l'attività di un call center outbound, nel quale l'operatore è chiamato ad irrompere telefonicamente nelle case per vendere. Inoltre, abbiamo consultato il sindacato NIdiL-Cgil, che dà voce e rappresentanza ai lavoratori atipici, i quali spesso si rivolgono ai consulenti per sapere, ad esempio, se sia illegale andare in bagno durante l'orario di lavoro oppure se il team leader possa togliere lo stipendio al lavoratore per motivarlo".
Ma cosa c'è davvero dietro al dilagare del lavoro precario di oggi? "Vediamo ragazzi", commenta Virzì, "che si entusiasmano per gli Amici di Maria De Filippi e che allo stesso tempo provano un profondo smarrimento per il loro futuro. Il precariato non è solo il risultato di una politica aziendale aggressiva. E' vero che i posti chiave continuano ad essere occupati da una classe politica da reparto geriatrico. Ma è anche vero che oggi è considerato poco cool impegnarsi in certi mestieri. L'Italia vanta un comparto agroalimentare all'avanguardia, ma i ragazzi, piuttosto che mungere le vacche (oggi lo si fa con strumenti all'avanguardia, ndr), preferiscono lavorare nei call center o vendere telefonini, perchè fa più figo raccontarlo in disco".
Sono parole di un regista affermato, che però, per arrivare, ha lavorato in fabbrica, poi come guardiano e come guida turistica quando capitava, senza magari essere neanche troppo competente sulle bellezze della sua Toscana. "Oggi c'è il rischio", conclude, "che una generazione nata privilegiata finisca disgraziata".
E, proprio in questi giorni, è uscito il Primo Rapporto sul mercato del lavoro in Italia, realizzato dall'Agenzia per il lavoro Ranstad Italia, in collaborazione con la Fondazione Marco Biagi, il Centro studi internazionali e comparati "Marco Biagi" dell'Università di Modena e Reggio Emilia e la Scuola di Alta Formazione in Relazioni industriali e di lavoro di Adapt.
L'analisi è stata condotta su un campione di 391 aziende clienti di Randstad Italia, dislocate in tutta la penisola, il 50% delle quali si compone di un numero tra 6 e 50 dipendenti, il 28% tra 6 e 20 addetti.
A sorpresa, è emersa la fotografia di un Paese in cui il mercato del lavoro, a differenza del resto d'Europa, è largamente stabile e in cui le aziende tendono a confermare le risorse valide nel giro di un anno. Spicca una preponderanza dei lavoratori a tempo indeterminato (77,4%) ed una minoranza di contratti di lavoro in somministrazione (pari al 7,2%, mentre nella media nazionale non raggiungono l'1%), di part-time (6,2%), di contratti a tempo determinato (4,7%) e di contratti di collaborazione, siano essi occasionali, co.co.co. o a progetto (1,1%).
Dal canto loro, le imprese lamentano difficoltà nell'assunzione di personale qualificato (49%). Le cause prevalenti sono l'insufficiente esperienza lavorativa dei candidati (29%), il loro atteggiamento (24%), la formazione inadeguata (22%) e una richiesta finanziaria eccessiva (9%). Inoltre, mancherebbe la disponibilità a lavorare in luoghi distanti dalla propria residenza.
A ben vedere, molte delle possibilità contrattuali messe a disposizione delle aziende da parte del legislatore non sono sfruttate, mentre altre clausole della legge Biagi non sono proprio attuate.
Viene confermata la scarsa presenza del genere femminile ai vertici delle realtà aziendali italiane: le donne risultano sottorappresentate nella posizione dirigenziale e manovale e sovrarappresentate in quella impiegatizia.
Nel medio periodo, il 31% delle imprese dichiara di voler aumentare il numero di dipendenti stabili, il 53% di tendere a mantenere costante la dimensione occupazionale dell'impresa, il 6% pensa che questa si ridurrà e il 10% non sa.
Questi dati confermano quelli dell'indagine Isfol PLUS sui lavoratori, commissionata nel 2006 dal Ministero del Lavoro e finanziata dal Fondo Sociale Europeo.
Dalla ricerca, emerge come il lavoro a tempo indeterminato in Italia sia pari al 63%, a tempo determinato al 4,75%, i titolari di attività siano il 10%, mentre gli altri si suddividono tra apprendistato (1,5%), contratto d'inserimento (1%), lavoro interinale (1%), collaborazioni coordinate e continuative (1,66%), collaborazioni occasionali (1,6%) e lavori a progetto (2,5%).
Il motivo del carattere temporaneo del contratto, si dice, è solo in parte legato ad istanze di flessibilità produttiva-organizzativa dell'azienda. Tanto più che l'incidenza di forme atipiche nel mondo del lavoro varia sia in funzione di caratteristiche socio-demografiche dell'offerta di lavoro (gli effetti delle riforme hanno gravato in misura più pesante su alcuni gruppi e generazioni rispetto ad altre), sia in relazione a caratteristiche della domanda di lavoro (quando la dimensione, il comparto e la proprietà aziendale consente possibilità occupazionali diverse). Ciò ha contribuito ad una forte polarizzazione dei lavoratori tra standard ed atipici.
Della ricerca Isfol colpisce comunque l'effetto delle forme di lavoro flessibile sulle generazioni più giovani: paradossale la posizione dei laureati, per cui l'atipicità incide in maniera molto più forte che per i titoli di studio inferiori.
Qui emerge infatti come la condizione lavorativa dipendente, quando non sia permanente, tenda a venire interpretata come foriera di precarietà.
Se mettiamo a confronto i due studi, il primo centrato sulle aziende, il secondo sui lavoratori, vediamo come sia diverso il "percepito" dai lavoratori, che dipende anche dal "vissuto" personale, rispetto alla realtà dei dati statistici del mercato nel suo complesso, in cui le percentuali di lavoratori occupati secondo lavoro "standard" sono abbastanza elevate.
Michele Tiraboschi (in foto), direttore del Centro studi internazionali e comparati "Marco Biagi" e coordinatore dello studio Randstad, commenta: "Da una parte, le imprese faticano a trovare le figure professionali di cui hanno bisogno, vuoi perchè la scuola non prepara in maniera adeguata, vuoi perchè manca un percorso di orientamento al lavoro, e non ultimo, perchè la tendenza degli ultimi anni è quella di scegliere materie umanistiche. Dall'altra parte, incidono le aspettative sociali di lavori prestigiosi e di successo, motivo per cui una serie di mestieri altrettanto importanti e ben pagati vengono snobbati. Penso, ad esempio, alla tradizione cantieristica navale del nostro Paese: molti cantieri sono costretti a chiudere perchè non trovano personale specializzato. Purtroppo, la previsione è che il 50% dei nostri studenti di oggi saràcostretto a scegliere un lavoro diverso da quello per cui ha studiato. La colpa è anche delle famiglie, che trasmettono l'idea che un giovane o diventa dirigente oppure è un fallito".
E conclude: "Ricordiamo che la stabilità di un rapporto di lavoro è sì legata all'investimento che l'impresa fa su un lavoratore, ma, non dimentichiamolo, anche viceversa".
Alessandra Ferretti
In: Espansione, giugno 2008