Sarà per i suoi valori di eguaglianza, solidarietà e democrazia, sarà per la possibilità di partecipare alle decisioni attraverso il voto, sarà per la coesione sociale, economica e territoriale, sta di fatto che sempre più immigrati extracomunitari sono attratti dal modello cooperativo italiano, che per molti di loro appare come la porta d’accesso più semplice e immediata al mondo del lavoro. A confermarlo è il dossier statistico Caritas/Migrantes 2010, che evidenzia come gli stranieri provenienti dai Paesi extra Ue, oltre a lavorare come dipendenti, diventano sempre più spesso anche soci di una cooperativa. Accade anche che, una volta acquisite l’esperienza e le informazioni necessarie, gli immigrati si cimentino nella creazione di una cooperativa ex novo.I dati parlano chiaro. Nel sistema Confcooperative, la manodopera proveniente da Paesi extra Ue è pari al 12,5% della forza lavoro delle coop aderenti. Gli extracomunitari sono oltre il 3% del totale dei soci e nel settore lavoro e servizi raggiungono l’11,6%, mentre si assestano al 6,5% nelle coop sociali. «L’incidenza dei soci stranieri nelle nostre cooperative è cresciuta molto», conferma Luigi Marino, presidente di Confcooperative. «anche perché il modello coop esalta la condizione di immigrato socio e ne facilita l’integrazione».
In base ai dati di Elabora, centro studi di Confcooperative, i lavoratori extracomunitari provengono per lo più da Nordafrica e Senegal, ma anche da Albania, Macedonia, ex Yugoslavia e Moldavia. Quanto ai settori, in quello agricolo e agroalimentare gli immigrati extra Ue sono il 25%; nella logistica, movimentazione merci e servizi di imballaggio e confezionamento superano il 34%; nelle coop sociali rappresentano il 9% della forza lavoro.
«Diventare socio di una cooperativa ha un valore forte per un immigrato», dice Daniele Conti, assistente alla presidenza di Legacoop, «perché significa diventare imprenditore, partecipare alle decisioni. In base a una ricerca di Legacoop Toscana, gli stranieri sono attratti sia dalla possibilità di diventarne soci – il che dà diritto decisionale su tutte le questioni riguardanti la cooperativa – sia per i valori di eguaglianza e democrazia. Per l’85% degli intervistati, in cooperativa non ci sono discriminazioni».
«La sensazione che l’azienda recepisca la diversità come valore positivo e vedersi garantiti stipendio, contributi e rispetto delle regole», dice Guido Dealessi, direttore del personale e organizzazione di Manutencoop facility management. Un esempio di come i lavoratori extracomunitari credono nei valori del circuito cooperativo lo fornisce Reyna Victoria Terrones Castro, arrivata in Italia dal Perù passando per l’Ungheria nascosta con la figlia nel controsoffitto di una carrozza ferroviaria. Oggi Reyna è presidente della cooperativa sociale Queens Servizi, e vicepresidente di Confcooperative Roma. «Quando giunsi in Italia lavoravo 15 ore al giorno, facendo pulizie nei condomini e assistenza nelle cliniche. Fondai la coop nel 2004, dopo un corso di formazione. Iniziai con una partita Iva e una sede nel salotto di casa mia. Oggi contiamo due sedi operative e 17 soci provenienti da tutto il mondo. Ci occupiamo di facchinaggio, giardinaggio, piccole ristrutturazioni».
Ma perché proprio una cooperativa?
«È un modello d’impresa che richiede un capitale minimo. Inoltre i suoi valori sono fondamentali per noi stranieri: si collabora sia tra immigrati che con italiani, si creano rapporti di solidarietà e fiducia e si procede attraverso la condivisione e il confronto. Tre anni fa con amici ho fondato l’organizzazione Nuovi Europei, che oggi conta 600 soci e che cerca di orientare gli immigrati arrivati in Italia».
La Senegalese è la prima cooperativa siciliana interamente formata da extracomunitari. Sede a Catania, ha 75 dipendenti, di cui 65 soci, tutti immigrati regolari e svolge attività di phone center, trasferimento di denaro all’estero e altri servizi per gli immigrati della comunità senegalese.
«Ho avviato l’attività grazie a un credito agevolato di 20 mila euro concesso dall’Istituto regionale per il credito alla cooperazione», racconta il fondatore e presidente, Sylla Magaye. «Tra i dipendenti ci sono venti donne, che sono anche socie. La cooperativa fornisce assistenza alle donne e agli immigrati giovani per il disbrigo di pratiche, inviare soldi o chattare con le loro famiglie».
La Senegalese collabora con vari servizi dell’amministrazione italiana per favorire l’inserimento e l’integrazione dell’immigrato.
Mohamed El Harnane arriva in Italia dal Marocco col padre, a 9 anni. Per problemi burocratici non può frequentare la scuola, per cui lavora fino a 13 anni. Solo allora prende il diploma elementare e frequenta parte delle medie. Poi, grazie a un corso di formazione, nel 2003 un amico lo presenta alla Cooperativa Lavoratori e Mercato, C.L.O. Inizia come magazziniere di notte e oggi è capo reparto di un’unità operativa di 50 persone che movimenta 12 milioni di cartoni di ortofrutta all’anno.
In C.L.O. ho imparato cosa significano sostegno reciproco, collaborazione, ottimismo, voglia di migliorarsi, essere apprezzati per ciò che si fa», racconta. «Ora che guido tante persone cerco di essere per loro un punto di riferimento come i responsabili lo sono per me».
Dal Messico, con una laurea in psicologia, Patricia Núnez Villegas viene in Italia per sposarsi. Qui prende l’abilitazione, nonché la specializzazione come psicoterapeuta.
Dal ’99», spiega, «lavoro alla cooperativa sociale Di Vittorio, dove ho iniziato come tirocinante, per diventare poi educatrice e coordinare oggi una comunità terapeutica di pazienti con disagi psichici, supportata da 14 educatori». Per il futuro, il suo sogno sarebbe quello di affiancare al lavoro in coop anche l’attività privata di psicoterapeuta. «Oggi mi sento molto valorizzata nelle mie competenze», conclude, «proprio per questo vorrei migliorare sempre più come professionista».
In: Espansione, aprile 2011
Vedi anche: http://www.espansioneonline.it/

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